Bitcoin e la guerra in Ucraina

Bitcoin e la guerra in Ucraina

Questo articolo nasce per dire la mia sul ruolo di Bitcoin nella guerra in Ucraina. Ho infatti letto davvero molte notizie parziali, tendenziose e di parte. Purtroppo, le cryptovalute rimangono un argomento talmente polarizzante che o vengono supportate come unica fonte di salvezza, oppure additate come personificazione del demonio; e nessuna delle due posizioni aiuta a capire il reale posto nella società che queste hanno oppure possono avere. La risposta è più complessa.

In questo articolo, viceversa, non esprimerò posizioni sulla guerra, né sulle sanzioni nei confronti della Russia. Cosa che faccio con fatica, perché la guerra è molto più importante e grave del ruolo delle cryptomonete, ma non è il mio campo di esperienza e non credo di potere aggiungere molto al dibattito.

A cosa serve Bitcoin?

Prima di parlare del ruolo di Bitcoin nella guerra in Ucraina, è fondamentale ricordarci per cosa nasce Bitcoin (e conseguentemente le altre cryptomonete). Secondo Satoshi, nel whitepaper scritto da lui, Bitcoin è digital cash, contante digitale, che ha lo scopo di sottrarre il trasferimento di valore e ricchezza dalle mani delle istituzioni elettroniche.

Satoshi non parla mai di Bitcoin come strumento per sfuggire alle sanzioni economiche che colpiscono un Paese, ma è lecito chiedersi: è questa una dimenticanza, oppure realmente non è quella l’idea?

Bitcoin e la guerra in Ucraina: le sanzioni alla Russia

Inizierei citando questo articolo di CNN. Traducendo grossomodo il titolo: Le sanzioni finanziarie sono più facili che mai da evitare per i Russi. Ringrazia Bitcoin. Il tono, ovviamente, sarcastico.

Premetto che non ho niente contro CNN, che personalmente uso spesso per informarmi su temi politici mondiali. Questo titolo però è semplicemente sensazionalistico. Una lettura dell’articolo, invece, è piena di distinguo da parte dei vari esperti menzionati.

Passo indietro.

Le sanzioni sono in generale delle misure che hanno lo scopo di indebolire l’economia di un Paese. Questo indebolimento è sia relativo (perdita del valore del rublo, e conseguente incapacità di importare), sia assoluto (impoverimento della popolazione russa, ad esempio tramite l’iperinflazione che probabilmente seguirà queste sanzioni, se mantenute per un periodo di tempo prolungato). E visto che il dollaro americano è considerato valuta di riferimento da parte di grossa parte dei Paesi mondiali, gli Stati Uniti hanno gioco facile nell’imporre sanzioni anche molto pesanti. Abbiamo visto storicamente l’embargo verso le varie rogue countries, i casi più famigerati Cuba e Iran.

Bitcoin permette di evitare le sanzioni?

Per avere Bitcoin, è necessario inserire della valuta fiat all’interno del sistema. Per un russo, chiaramente, rubli. A quel punto, è potenzialmente possibile tirare fuori i soldi dall’exchange centralizzato o broker usato e mantenerli al di fuori. Liberi, quindi, da eventuale congelamento da parte di attori malevoli.

In che modo permetterebbe Bitcoin di evadere le sanzioni? Alcune delle sanzioni imposte alla Russia consistono nell’esclusione dal sistema Swift di alcune banche nazionali. Ciò rende fondamentalmente impossibile inviare denaro in Russia, per supportare o per comprare. Secondo questa logica, Bitcoin permetterebbe di aggirare questo blocco.

Se la Russia riceve Bitcoin, vorrà a un certo punto cambiarli. E si pone il problema di come farlo. Ipotizziamo che un oligarca russo voglia ritirare qualche decina di milioni di dollari. Date le sanzioni, deve necessariamente ritirare quei soldi in rubli. E date quelle stesse sanzioni, dove li trova Coinbase qualche decina di milioni di dollari in rubli? È fondamentalmente impossibile sul mercato corrente.

Insomma: è impossibile per un russo ritirare grandi (molto grandi) quantità di denaro. Semplicemente perché gli exchange centralizzati sono (o fungono da) banche, e quindi sono sottoposte alla stessa logica.

Discorso diverso sarebbe se fosse realmente possibile utilizzare Bitcoin o altra cryptomoneta come mezzo di scambio, senza dover ripassare al rublo o al dollaro. Ma quello scenario è ancora lontano.

E il contante?

E si dimentica un fattore importante. Per quanto le cryptomonete vengano additate come il male, ci sono modi decisamente più semplici per aggirare le sanzioni. Il più facile è il denaro contante, quello sì intracciabile. E poi qualunque altro bene che non richieda KYC: opere d’arte, oggetti da collezione. Oro fisico e altri materiali preziosi.

L’ucraina usa Bitcoin (ed altre) per ottenere aiuto internazionale

Al lato del (supposto) aiuto alla Russia, le cryptomonete servono a dare un aiuto oggettivo all’Ucraina.

Secondo quanto riportato da Decrypt, le donazioni ammonterebbero ad almeno $20 milioni in Bitcoin, Ether e USDT. Inoltre, una DAO è stata creata per la raccolta di fondi.

Non ho informazioni di prima mano su cosa venga fatto con questi fondi.

Però, è evidente che le cryptomonete permettono qualcosa che prima era molto difficile: trasferire valore a un altro Paese, che utilizza un’altra valuta, con commissioni risibili.

Questo non sarebbe fattibile con la stessa facilità con il dollaro, a meno di voler creare una dipendenza dell’economia nazionale dalla valuta statunitense. Che, nel lungo periodo, potrebbe avere effetti nefasti, a causa dell’impossibilità di adottare una politica monetaria nazionale.

Le cryptomonete devono avere un ruolo politico?

Questa domanda, secondo me, è la più profonda e quella che realmente definisce il valore e il ruolo delle cryptomonete nel futuro. Più in là di Bitcoin e la guerra in Ucraina.

Supponiamo di vivere in una società in cui abbiamo raggiunto una certa dissociazione tra Bitcoin e le valute fiat, ovvero che -in una certa misura- sia possibile effettuare transazioni in cryptomonete parallelamente a fiat. Questo sarebbe un problema per le sanzioni, e più in generale per la capacità degli Stati di evitare il male?

Abbiamo visto Bitcoin assumere un ruolo politico nel passato, essendo usata per il finanziamento di vari movimenti. Recentemente della protesta dei camionisti in Canada. Ma non è il primo e non sarà l’ultimo esempio. Se Bitcoin non dovesse ripassare per un exchange centralizzato per essere speso, cosa succederebbe?

Gli stati hanno il potere, oggi, di infliggere danno a cittadini al loro interno o a stati al loro esterno per via della centralizzazione del sistema finanziario. Gli Stati Uniti (e in minor misura l’Unione Europea) in particolar modo, per via dell’ubiquità e potenza del dollaro.

Le cryptomonete nascono anche per garantire la capacità di un individuo di non dipendere dalle decisioni del governo. E non è questo uno scopo libertario né anarchico: è perché nella storia non esistono quasi mai buoni né cattivi.

E soprattutto: le sanzioni legate al dollaro sono un’arma che solo gli Stati Uniti hanno a disposizione. Siamo disposti ad accettare che gli Stati Uniti hanno sempre ragione? È giusto che gli Stati Uniti abbiamo a disposizione, per l’eternità, il potere di congelare il conto a chi è loro nemico?

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