Cos’è successo a Mt. Gox? La storia di un crollo

Cos’è successo a Mt. Gox? La storia di un crollo

Cos’è successo a Mt. Gox? Perché questo exchange è così famoso (o meglio famigerato)? Il mondo crypto è costellato di fallimenti illustri. Alcuni tra i più recenti sono la piattaforma CeFi Celsius e il crollo di Terra Luna. Uno più di tutti, però, rappresenta la rischiosità di questo universo: Mt. Gox.

Mt. Gox era un exchange giapponese, fondato nel 2010. Era semplicemente l’exchange per antonomasia: al suo picco, oltre il 70% dei volumi di compravendita di Bitcoin passavano attraverso lui. Una percentuale enorme, in un universo ancora acerbo. Fino al crollo. Ecco la storia di cos’è successo a Mt. Gox, e perché se ne parla ancora adesso.

La nascita di Mt. Gox: dalle carte Magic a Bitcoin

In un cryptouniverso ancora giovanissimo, Mt. Gox faceva la parte del leone: una percentuale altissima delle transazioni avvenivano qui. Coinbase era appena una startup, mentre Binance, oggi l’exchange più grande per volumi, sarebbe nato anni dopo.

La fondazione di Mt. Gox è particolarmente interessante: è nato come sito per la compravendita di carte di Magic the Gathering nel 2016. Dopo un successo non eccelso e alcuni cambi di strategia, il suo fondatore Jed McCaleb ha deciso di convertirlo ad exchange di Bitcoin.

Ai tempi (2010) la cryptovaluta era fondamentalmente l’unica realmente esistente, e l’idea era quella di offrire una piattaforma per comprarla e venderla. Un’idea oggi molto ovvia, ma ai tempi non tanto. In fondo, era possibile effettuare il mining di BTC con un laptop, e il suo valore era molto ridotto.

E, pur essendo nato per caso, l’exchange ebbe immediatamente successo. Forse anche per il fatto che la sua sede era in Giappone, un Paese che ha leggi in ambito finanziario piuttosto rigide, e quindi capaci di ispirare fiducia.

Cos’è successo a Mt. Gox? Il tracollo

Dopo la sua crescita esponenziale, alcuni problemi hanno iniziato a emergere. Alcuni utenti hanno iniziato a notare che alcuni BTC stavano sparendo dai wallet sui loro account. La società ha bloccato i prelievi (un’usanza a cui siamo anche troppo abituati ultimamente). Le ragioni non sono state condivise -e, di fatto, ancora oggi non è ben chiaro cosa sia successo.

Alcuni personaggi molto conosciuti sono intervenuti con l’intento di rassicurare gli utenti. Tra gli altri, un video di Roger Ver -famoso ultimamente per i suoi problemi di solvibilità con CoinFLEX– ha condiviso un video. (Questo video è peraltro diventato un meme, per il modo innaturale in cui parla leggendo una dichiarazione).

Nel febbraio del 2014, Mt. Gox ha sospeso tutti i prelievi e, il 28 dello stesso mese, ha dichiarato bancarotta in Giappone. 700.000 BTC erano spariti dalle casse della società -mezzo miliardo di dollari ai tempi, ma oggi equivalenti a decine di miliardi (è circa il 4% dei BTC in esistenza!)

Molte ragioni sono state ipotizzate. La cosa più probabile è che un bug nei sistemi abbia permesso a qualcuno di sottrarre BTC per anni dai wallet. Quando il bull market si è avviato verso la fine, e forse per problemi di liquidità, la società non ha più potuto nascondere i suoi problemi. Quell’anno, BTC è passato da un valore di oltre $1.000 fino a meno di $200.


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Cosa impariamo da Mt. Gox? Niente

La cosa straordinaria di quanto successo a Mt. Gox è quanto poco sia cambiato nella storia delle cryptomonete. Nonostante questo crollo -ai tempi epocale, anche se il valore in dollari è oggi relativamente piccolo-, poco sembra essere stato fatto.

Nel 2017, Bitgrail è fallito per quella che sembra essere la stessa ragione: token spariti dai wallet. In tempi più recenti, svariate piattaforme CeFi si sono trovate con le casse vuote -vuoi per hack, o per strategie di trading estremamente aggressive.

Ad ogni modo, il messaggio sembra chiaro: è fondamentale che la situazione cambi. Che le società diventino più attente. Forse, che gli stati ci mettano mano sul serio, obbligando queste società a tenere i conti in modo più rigoroso.

Sicuramente, rimane fondamentale prestare molta attenzione nel lasciare i propri token a società. Per quanto affidabili siano, esiste sempre il rischio che facciano il botto. Ricordando che le soluzioni non-custodial sono sempre quelle che promettono maggior sicurezza: not your keys, not your coins.

Disclaimer: il contenuto dell’articolo è un’opinione, e ha unicamente fini informativi. Non intende fornire consulenzia finanziaria di alcun tipo. Consulta un professionista certificato per ottenere consulenza finanziaria.

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